DECARTA

UN DOLCE SOGNO

di Monica Angela Baiona

 

Laura e Massimo si danno appuntamento in un luogo riservato  lontano da occhi indiscreti. Hanno bisogno di molta privacy per questo incontro.

Mentre lei attende il suo arrivo per un attimo teme che lui possa non riconoscerla dopo tutti quegli anni trascorsi senza mai vedersi, ma la sua paura si dissolve quando lo vede sopraggiungere da lontano mentre le sorride felice come se si fossero lasciati la sera prima.

Il loro volti sono arrossati dall’emozione, le loro mani sono nervose e trovano pace solo quando, finalmente, s’incrociano.

“Sei bella come allora” le sussurra Massimo, sfiorandole il viso con la punta delle dita.

Laura arrossisce e socchiude gli occhi sorridendo imbarazzata.

“Sono passati talmente tanti anni…” dice lei con un filo di voce.

“Hai lo stesso modo di sorridere di quando avevi vent’anni”

“Che modo?”

“Riservato” risponde lui senza doverci pensare.

I loro sguardi si posano ancora uno dentro l’altro, come allora.

I ventidue anni che li hanno separati svaniscono all’improvviso come le nuvole sopra di loro che si nascondono dietro le montagne. Il sole deve  poter  illuminare ogni angolo di quell’ incontro.

“Non hai mantenuto fede alla tua promessa” dice  lei d’un fiato sentendosi sollevata subito dopo. Aveva convissuto per molto tempo con il bisogno di dirglielo.

“Quale promessa?” Massimo ricorda di non averne mantenute molte.

“Che saremo invecchiati insieme…” risponde lei diventando triste all’improvviso, non perché lui non ricordi la promessa ma perché rinnovare la consapevolezza che il suo sogno sia svanito le fa male.

“Sei tu che te ne sei andata… anche se è stata la cosa giusta” Massimo piega la testa di lato e indurisce un po’ i lineamenti.

“Non potevo che tornare dai miei…” tenta di giustificarsi lei.

“Certo! Hai fatto bene.” Massimo ora stringe più forte le sue mani per timore che le si possa allontanare un’altra volta.

“Sono contenta che tu sia vivo. E’ un miracolo. Come hai fatto?”

“Da solo. A un certo punto ho deciso che volevo smettere e ho smesso. Sono dieci anni che non mi drogo più. ”

Laura annuisce poi guarda il tatuaggio che lui ha sul braccio:

“Questo?”

“L’ho fatto fare dal mio compagno di cella quando ero a spese dello Stato… ” sorride con un angolo della bocca “rapina a mano armata…” si affretta a dire con imbarazzo, anticipando una sua prevedibile domanda.

Laura sceglie di non chiedergli altro. Non le interessa cercare nel suo passato cose che a lui non fa neanche bene ricordare. E’ certa che lui avrà avuto tempo per pensarci e redimersi.   

“Questa?” chiede  lui sfiorandole la fede che  ha sull’anulare sinistro.

“Beh… una fede nuziale… sono due  anni…” parla a stento  come se ammettesse un tradimento e non riesce a guardare il suo ex fidanzato negli occhi.

“Sono felice per te, davvero.” Dice Massimo sorridendole e cercando il suo sguardo.

Trascorrono le tre ore successive seduti su una panchina, lungo la riva di un fiume,  nel bosco,  a raccontarsi le loro vite, ricordando i loro momenti felici, prima che lui partisse per entrare nella prima comunità per tossico dipendenti in cui era stato.

Il sole illumina ogni loro sorriso e si fa più caldo ogni volta che tra di loro si insinua un lieve  imbarazzo.

“Mi dispiace per tutto quello che ti ho fatto vivere. Nessuno avrebbe dovuto vedere le cose che hai visto tu.” Dice Massimo all’improvviso e diventa triste. Vorrebbe cancellare dalla memoria di Laura i ricordi più brutti.

“E’ tutto ok. E’ passato tanto tempo… ora sto bene” Laura cerca di tranquillizzarlo e gli sorride affettuosa.

“Hai realizzato il tuo sogno?” Chiede Massimo sperando che il loro passato doloroso non abbia intaccato la sua voglia di realizzarlo.  

“Ne avevo molti…” si rattrista pensando a quando immaginava che loro sarebbe stati insieme per sempre, poi aggiunge “… a quale ti riferisci?”

“A quello di aprire una pasticceria!” dice lui con entusiasmo per cancellare l’alone di tristezza sceso sul suo viso.

“Beh… si…” risponde quasi con imbarazzo come se si stesse in colpa per aver realizzato i suoi sogni senza di lui.

“Sono felice! Chissà che buoni che sono i tuoi dolci! Eri bravissima!”

Il volto di Laura ora si illumina di gioia e racconta a Massimo della sua pasticceria:

“Ho aperto un locale in un vicolo un po’ nascosto della città. Mi piace l’idea che le persone che vogliono gustare un mio dolcetto per la prima volta, mi debbano cercare per un po’ prima di trovarmi.  Le cose buone si gustano di più quando si fatica per raggiungerle… non trovi?”

“E’ vero. Hai ragione.” Massimo ripensa a quanto tempo gli era servito  per corteggiarla quando erano giovani e a quanto tempo aveva  impiegato per perderla. Se ne rammarica e rimanda indietro questo pensiero. Avverte uno sapore amaro in bocca e sente rinascere dentro di lui il desiderio di assaporare un’altra volta un dolcetto preparato da lei.   

“Vieni con me, ti accompagno nella mia pasticceria”  Laura sembra leggere i suoi pensieri e si alza di scatto, allunga il braccio porgendogli una mano. Lui infila la sua mano in quella di lei e si lascia guidare.

“Qual è il dolce che preferisci preparare?” chiede Massimo mentre si incamminano.

“La nuvola al limone” risponde lei senza guardarlo.

“E’ il mio preferito!”

“Lo so.” Laura si ferma, entra con i suoi occhi in quelli di lui e gli anni scorrono indietro velocissimi per poi fermarsi al loro primo incontro, quando erano giovani e innamorati, ma il passato non torna indietro e allora continuano a camminare avanti.  

La ricetta della Nuvola al Limone è segreta. Se volete gustare questo delizioso dolcetto lo potete trovare in una speciale pasticceria che si trova in una delle  vie del centro storico di Viterbo. Non vi resta che cercarla.

CHIARA (mentre cucino)

di Monica Angela Baiona

 

In un piccolo paese in Toscana, in una notte di dicembre…

… le gocce d’acqua scivolano lentamente sui vetri della finestra. Sembrano  piccoli occhi di Angeli scesi sulla terra per vedere cosa sta accadendo. In effetti Loredana si sente osservata e ogni tanto si gira verso la finestra per controllare se ci sia qualcuno che la spia ma, al di là del buio, intravede solo il mare in lontananza e nient’altro, nessun altro. E’ in piedi davanti alla finestra chiusa quando l’ennesima fitta all’addome la fa piegare in due.

“Siediti, ti prego!” Il marito Pietro la raggiunge e le stringe le braccia delicatamente, accompagnandola verso il letto.

“Il dottore ha detto che devo camminare… che mi fa bene…” replica debolmente lei.

Pietro sceglie di non contraddire la moglie così la accompagna fuori dalla stanza e i due giovani coniugi prendono a camminare lungo la corsia silenziosa e semi buia. In un’altra stanza una donna si contorce dal dolore mentre il marito la guarda con preoccupazione, stringendole la mano.

“Ispira, respira, ispira, respira….” ripete il marito alla moglie, con voce stanca.

Loredana e Pietro invadono per un attimo la loro intimità rivolgendo uno sguardo fugace e curioso a quella coppia, poi continuano la loro inusuale passeggiata. Pietro le accarezza delicatamente la schiena mentre lei muove passi incerti camminando lentamente.

“Ho paura” confessa Loredana con un filo di voce, fermandosi all’improvviso.

“Ci sono io amore mio, non sei sola” la abbraccia, con delicatezza,  per timore di farle male.

In quel momento Loredana sente scivolare sulla gamba un liquido caldo, si allontana di scatto dal marito e si alza d’istinto la camicia da notte.

“Cosa succede?” chiede terrorizzato Pietro, subito dopo ricaccia indietro l’ansia e cerca di assumere un’aria sicura “Oh, ma non è niente di grave… si sono solo rotte le acque!”

“Ho paura!” ripete Loredana mentre le sue ciabatte si bagnano completamente del liquido che fuori esce dal suo corpo senza che lei possa controllarlo.

“Tutto a posto cara! Si sta solo avvicinando il momento che aspettiamo da nove mesi!” dice ad alta voce. Questa volta è lui che non riesce a controllarsi e in questo caso non controlla il suo tono di voce attirando l’attenzione di un’infermiera che esce da una stanza e li raggiunge in fretta.

“Venite ragazzi vi accompagno in stanza e chiamo il ginecologo che visiterà subito la signora.” L’ infermiera fa strada ai ragazzi sorridendogli poi domanda : “maschio o femmina?”

“Non lo sappiamo. Abbiamo preferito aspettare che nascesse per scoprirlo.” Risponde Pietro.

L’infermiera annuisce continuando a sorridere.

Loredana si sdraia sul letto e s’impegna a respirare come le è stato insegnato al corso preparto. Corso che ha frequentato con la convinzione che avrebbe imparato dei trucchetti per non soffrire durante il parto. Mera illusione.

Poco dopo il ginecologo la visita e la tranquillizza dicendole che tutto procede nel migliore dei modi, poi dispone che le sia fatta un’ecografia che conferma che il bambino sta bene e il travaglio è regolare.

Poco dopo Loredana è accompagnata in sala parto e fatta accomodare su un lettino speciale dove può appoggiare le gambe e divaricarle. Le infermiere si muovono veloci preparando gli strumenti necessari e Pietro si sposta continuamente non sapendo dove mettersi.

“Assiste al parto?” chiede il ginecologo.

“Si certo!” risponde prontamente Pietro.

“Si metta pure lì allora, di fianco a sua moglie”

Pietro ubbidisce e stringe forte la mano di sua moglie che è ancora impegnata nella respirazione.

Le contrazioni sono sempre più ravvicinate, Loredana ispira e respira, ispira e respira, Pietro insieme a lei, come per aiutarla a tenere il ritmo.

Intanto ha smesso di piovere e le gocce rimangono ferme sul vetro mentre la notte lentamente si spegne e lascia che la timida luce dell’alba dipinga il cielo di arancione.

Nel momento preciso in cui il sole fa capolino dal mare, una testolina ricoperta da pochi capelli esce con prepotenza dalla sua dimora. Pochi istanti dopo il silenzio è riempito dal debole pianto infantile del neonato.

“E’ una femmina!” dice ad alta voce il medico.

Loredana rilassa il viso dopo la fatica dell’ultima spinta, apre gli occhi che sono invasi dalla luce dell’alba e dice:

“Chiara! La chiameremo Chiara come quest’alba.”

Le gocce di pioggia tornano su in cielo per raccontare, a chi è rimasto sulle nuvole, di quell’evento meraviglioso.

Dopo qualche minuto Loredana viene sistemata nel letto della stanza a lei assegnata, tiene la piccola Chiara tra le braccia mentre Pietro è accanto a lei e guarda innamorato le sue due donne.

Il fornaio, che ha il negozio proprio vicino al piccolo ospedale, viene informato della nascita di Chiara; in un paese così piccolo le belle notizie viaggiano veloci; e prima di aprir bottega fa visita alla nuova nata e ai neo genitori donando loro una pagnotta di pane appena sfornato.

“Il mio pane preferito!” Esclama Loredana vedendo la pagnotta fumante “e che profumo!” chiude gli occhi respirando con il naso.

Il fornaio sorride soddisfatto: “ti ho portato il pane preparato con il lievito madre… il migliore pane per un giorno così speciale!” dice quasi sussurrando come se confidasse un segreto.

Pochi istanti dopo un altro pianto invade la corsia. Anche il bimbo dell’altra coppia è venuto alla luce e il fornaio corre in bottega a prendere un’altra pagnotta.

UN MARE DI GRANO

di Monica Angela Baiona

 

I campi dorati del grano che si lasciano pettinare dal vento estivo ad Alice ricordano il mare anche se è lontano, talmente lontano che l’odore invadente della salsedine non riesce neanche a raggiungerlo.

“Alice scendi?”

“Arrivo nonna!” la bambina scende lentamente e con concentrazione gli scalini di pietra, stretti e alti . Ha le gambe ancora troppo corte per poter scendere con la stessa disinvoltura di sua sorella maggiore.  

“Andiamo dai! A quest’ora le galline avranno già finito di covare!”  Nonna Anna allunga il braccio magro e abbronzato mentre attende che la nipote scenda l’ultimo scalino.

“Chiara?”

“Dorme ancora, ti prego nonna non la svegliare andiamoci solo noi altrimenti le uova le prende tutte lei!” e tira in fuori le labbra assumendo un’espressione imbronciata.

“Va bene, va bene” dice la nonna con un sorriso bonario ed apre la porta d’ingresso facendo entrare in casa il sole del primo mattino. Alice ritorna ad essere allegra e insieme si avviano all’uscita.

“La tua casa nonna è la più bella del mondo!” dice la bambina mentre s’incamminano verso la piazza del paese. 

“Davvero? Perchè?”

“Perchè dalla mia camera vedo il mare di grano e dalla porta della cucina si arriva subito in piazza dove il pomeriggio posso giocare con i miei amichetti. Non è come abitare a Milano che vedo solo palazzi da tutte le finestre di casa e per giocare con gli amichetti devo uscire con la mamma per andare al parcogiochi.”

“Devi venirci più spesso dalla tua vecchia nonna!” le dice abbracciandola.

“Tu non sei vecchia! Sei una signorina!“ ribatte la nipotina con convinzione.

Mentre attraversano la piazza la corriera arriva proprio in quel momento e Alice tira il braccio della nonna indicandogliela con febbrile eccitazione.

L’arrivo della corriera è il momento più atteso da Alice e suoi amici che interrompono i propri giochi per assistere all’arrivo delle ‘gigantesca macchina blu’, come la chiamano loro, e soprattutto per osservare le persone che scendono e salgono. Fanno a gara a chi riconosce per primo questo o quello oppure si divertono ad inventare storie sui viaggiatori che non conoscono.

“Quella suora ha avuto un figlio è scappata dal convento e cerca rifugio qui perchè nessuno la conosce in questo paese”  ha detto una volta Antonio, il figlio del macellaio.

“Invece quell’uomo è il nuovo maestro e dicono che rinchiude i bambini cattivi nell’armadio fino a Natale, poi li fa uscire perchè sennò Babbo Natale se ne accorge che il bambino non c’è più” aveva detto un giorno Rocco, il figlio della pasticcera.

“La donna con il vestito elegante invece è una dottoressa e vuole guarire tutte le malattie dei bambini” aveva quasi sussurato come una preghiera Elena che aveva una sorella costretta a muoversi sulla sedia a rotelle.

Anche adesso Alice non può fare a meno di rimanere a guardare i passeggeri scendere e salire dalla ‘gigantesca macchina blu’. Ma a quell’ora del mattino scende solo un uomo con una grossa pancia e sale una donna vestita a lutto, subito dopo la corriera riparte e l’anziana donna riprende il cammino tenendo per mano la nipotina. 

Quando passano vicino alla grande fontana che si affaccia sulla vallata, Alice accarezza con i polpastrelli di una mano la superficie dell‘acqua fresca  e pulita. .

“Nonna è vero che tanto tempo fa bevevate tutti da questa fontana?“

„Certo! Anche ora si può bere quest’acqua… qui è ancora tutto genuino come allora, come se il tempo non fosse passato…“

Subito dopo  raggiungono i giardini pubblici, poi attraversano un viale alberato e  una strada sterrata che segna il confine tra il paese e i campi coltivati che lo circondano.  Proprio su quel confine c’è un casale e il pollaio della nonna di Alice.  

Raggiunto l’ovile la nonna apre il cancelletto di ferro e Alice la segue nascondendosi dietro la sua enorme gonna perchè ha paura delle galline. La nonna la incoraggia a entrare, chiude il cancelletto alle sue spalle e agita le braccia verso le galline dicendo ad alta voce:

“sciò, sciò!” Così le galline si allontanano dai mucchietti di paglia sulle quali erano appollaiate e Alice può iniziare la sua caccia al tesoro e infilare la piccola mano in mezzo al morbido mucchietto di fili dorati.

“Eccolo! Eccolo! E’ ancora caldo!” urla felice tenendo tra le dita un uovo e lo  alza in cielo come un trofeo.

“Brava! Cerca, cerca che ce ne sono altre. Sono tutte fresche!”

“No nonna, sono calde!”

La nonna sorride senza dire niente poi estrae un ago dalla tasca,  fora le estremità dell’uovo e lo porge alla nipote che lo succhia con ingordigia.  

“E’ buonissimo nonna!”

Alice ogni volta che trova un uovo corre dalla nonna e glielo porge colma di felicità. La nonna li infila in tasca e quando le tasche sono piene li sistema nel reggipetto. Dopo aver raccolto tutte le uova ripercorrono la strada dell’andata e tornano a casa. Giunte a casa la nonna poggia tutte le uova sul tavolo della cucina, apre lo sportello del frigo e ne estrae una radice di rafano e un pezzo di pecorino, sotto gli occhi curiosi di Alice. 

“Che fai nonna?”

“Ora rompiamo qualche uovo e prepariamo la rafanata!“ Le risponde sottovoce, come se le rivelasse un segreto, strizzandole un occhio. 

 

Ricetta della rafanata

3 uova

Un pezzo di radice di  rafano  

Pecorino a piacere

Un pizzico di sale

Sbattere le tre uova in un recipiente capiente e unire  tre cucchiai di radice di rafano grattugiata

e il pecorino grattugiato  in quantità desiderata, aggiungere infine un pizzico di sale

Versare il composto ottenuto su una padella antiaderente leggermente unta.

Cuocere circa 15 minuti a fiamma bassa, comunque fino a quando il composto si addensa.

La radice di rafano viene coltivata prevalentemente  in Basilicata e in Alto Adige. In Germania e in Austria viene molto utilizzata in cucina.  

mare di grano

IL PROFUMO DEI RICORDI

di Monica Angela Baiona

 

Sara entra in casa e come al solito lancia le chiavi sul piattino di ceramica sul mobile vicino alla porta d’ingresso.

“Sei già tornata?” le chiede sua sorella Giada.

“Già…” e si lascia cadere sul divano accanto a lei “che facevi davanti al televisore spento?”

“Pensavo” risponde Giada continuando a guardare il video nero.

“Ah…”

“Tu che mi dici… c’era tanta gente?”

“Certo! Come ogni anno.”

“Chi c’era?”

“Tutti i suoi amici, la nonna, i parenti eccetera eccetera” risponde con tono annoiato, roteando la mano in aria davanti a lei.

“Cavoli! Mi dispiace non essere potuta venire quest’anno”

“Beh! Mica è colpa tua! Con quel coso addosso!” fa scivolare il suo sguardo dal suo collo fino al piede destro “quando te lo vengono a firmare il gesso i tuoi amici? Sarebbe tutto bianco se non ti avessi concesso il privilegio di andare in giro con i miei affreschi!” ride di gusto buttando la testa all’indietro.

Giada accenna appena un sorriso, non è nello spirito di ridere. Non che sua sorella ne abbia motivo ma hanno un modo differente di affrontare la vita.

Rimangono qualche minuto in silenzio. Giada continua a guardare il riquadro nero del televisore e Sara il soffitto della stanza.

“Pensi che lui si sia accorto che non c’ero?” chiede ad un tratto Giada con tono preoccupato, girando di qualche grado la testa verso la sorella.

Sara ride a bocca chiusa e poi dice:

“Stronzate!”

“Non dire così! Lo sai che mamma non vuole!”

“Che dico parolacce?”

“No! Che dici che sono stronzate!”

“La mamma ancora non è tornata e se tu non fai la spia non lo saprà mai.”

“Beh, comunque anche io non voglio che tu dica queste cose!”

Segue ancora qualche minuto di silenzio. Sara deglutisce a fatica qualcosa che da un pò di anni non riesce proprio a mandar giù poi dice:

“Dipende a cosa credi. Non è che io devo credere a quello che credi tu!”

“Abbine almeno rispetto.”

“E tu rispetta il mio punto di vista.”

I loro toni sono pacati. Sono troppo stanche per essere arrabbiate. Dopo questo scambio di battute ritornano a stare in silenzio fino a quando la madre non entra in casa.

“Eccoti! Sei sparita Sara, potevi aspettare, cos’era tutta questa fretta di andar via?”

“Ero preoccupata per la mia sorellina” risponde poi guarda la sorella alzando le sopracciglia e portandosi le mani al petto.

Giada inclina appena la testa di lato e finge un sorriso compiaciuto.

Anche la madre ora si siede sul divano in mezzo alle figlie e tutte e tre rimangono a guardare lo schermo spento del televisore.

“C’era un sacco di gente. Mi hanno chiesto tutti di te, Giada” dice la madre.

“Pensi che lui si sia accorto che non c’ero?” chiede la figlia con rinnovata preoccupazione.

“No! Sono sicura di no” risponde prontamente come se aspettasse l’arrivo di questa domanda. Sa bene come funzionano le sue figlie.

Il silenzio che segue fa rieccheggiare quelle parole e Giada le trova sempre più rassicuranti.

“Se entrasse da quella porta cosa gli diresti?” chiede Sara.

“Gli chiederei di restare” risponde la sorella senza doverci pensare.

“E poi cosa gli diresti?” chiede la madre con tono affettuoso.

Giada si volta verso la madre poi posa lo sguardo sullo schermo spento del televisore e lo dipinge con la sua fantasia: pennellate verde smeraldo coprono il nero dello schermo e l’acqua cristallina di un fiume scorre in mezzo ai fiori profumati di quel  prato. 

Giada sorride appena e  batte forte le palpebre degli occhi affinchè non si riempiano di lacrime. Non può piangere proprio adesso che stà per rivedere le immagini più belle della sua vita.

Tira su con il naso e continua a proiettare i suoi ricordi sullo schermo del televisore. Vede se stessa mentre cavalca Stella.Il puledro corre veloce e lei ride felice e fiera. 

“Gli direi che non ho smesso di cavalcare, di quanto mi piace galoppare“ dice all’improvviso, rispondendo alla madre “… e anche del volo che  ho fatto per ridurmi così. Però gli direi che non ho paura, che su Stella ci risalgo appena posso.”

“Brava!” dice la madre e l’abbraccia baciandole la fronte.

“E tu Sara? Cosa gli diresti?” chiede la madre.

“Stronzate! Non c’è pericolo che entri da quella porta almenochè non crediate agli zombi!” e ride fino a diventare paonazza, fino a piangerci.

La madre e la sorella rimangono in silenzio. Giada teme che la madre si arrabbi e la tensione le stringe lo stomaco. La madre questa volta non si arrabbia. Ora, più delle altre volte, sa che Sara non ha trovato ancora il modo giusto per piangere la morte del suo babbo. Lei sa bene come funzionano le sue figlie.

Il silenzio ricade in quella stanza, riempie la casa e i campi che la circondano.

“La facciamo anche quest’anno la torta?” chiede Giada con entusiasmo.

“Certo che la facciamo!” risponde la madre e si alza di scatto.

“Ma perchè dovete fare sempre la solita torta margherita ad ogni anniversario della sua morte? Che palle!”

“Perchè era la sua torta preferita!”

“Ma è una torta finta! Non ha crema, cioccolato è…”

“E’ un dolce semplice, genuino e buono, come era lui” la interrompe la madre con dolcezza.

“Io lo odio quel dolce, odio il suo odore!” ribatte con ostentato disappunto incrociando le braccia.

La madre le si avvicina, le accarezza i capelli e le dice dolcemente:

“Ci sono odori o profumi che ci ricordano spesso un evento, un luogo, una persona e se siamo pronti ad accogliere quel ricordo vuol dire che non siamo più arrabbiati per non essere più in quel luogo speciale o vicino ad una persona speciale. Quando non sarai più arrabbiata riuscirai ad ammettere a te stessa che il profumo del dolce preferito dal tuo babbo ti piace tanto, proprio come allora.” e la bacia sulla fronte.

“Io continuo a non capire che senso abbia mantenere certe tradizioni…” borbotta fra se Sara.

“Servono per ricordare” risponde dolcemente la madre.

“Cosa? Che mio padre mi ha lasciato?” ora  Sara è furiosa.

“No. Che ti ha amato. Che ci ha amato tantissimo.” Gli occhi di sua madre si riducono a due fessure e si riempiono presto di lacrime. Piange davanti alla figlia come se volesse insegnarle come si fa. Poi respira forte con il naso, si alza dal divano e va in cucina a preparare la torta margherita.

LA PICCOLA CHIAVE MAGICA

di Monica Angela Baiona, giugno 2016

 

Il modo più facile per capire qual è la nostra vera natura è trovare la propria piccola chiave magica. Cosa può aprire o chiudere questo genere di chiave? Martina, una bambina di sette anni, crede nel potere magico di una piccola chiave che le è stata donata e di cui regalerà, l’unica copia esistente, a Beatrice, la sua vicina di casa dallo sguardo sempre triste. Beatrice è un’adolescente anoressica che sfida la morte in maniera quasi inconsapevole. La ragazza accoglie con gioia quel dono dal quale trarrà forza. Solo grazie all’amicizia di Bianca ed Elena e la riscoperta dell’amore autentico dei suoi familiari riesce a separarsene per regalarla, a sua volta, ad un suo speciale amico: Il Clone. Questa chiave continuerà ad essere utilizzata e donata da una persona ad un’altra. Chissà che un giorno, qualcuno, non regali anche a te la piccola chiave magica.

LA VERA NATURA

di Monica Angela Baiona, giugno 2013

 

Adele torna in un luogo del suo passato e ricorda il sogno adolescenziale di diventare una ballerina. Emilio si scopre gay e ha paura a confessarlo ai suoi genitori. Raffaele instaura un legame speciale con una ragazza conosciuta in palestra che lo aiuterà ad affrontare i suoi limiti con coraggio. Matilde compie un viaggio che cambierà per sempre la sua vita. Margherita e Alice insieme scoprono l’amore e poi vivono nel dolore della sua fine. Emir, in seguito ad una tormentata storia d’amore avuta con un ragazzo, impara ad esprimere il suo dolore attraverso la pittura. Enrico e Stefano, seduti al bar, discutono sulla diversità esprimendo il proprio punto di vista. Sette racconti in cui i personaggi vivono rincorrendo i propri sogni, dovendo fare i conti con le proprie emozioni, paure e limiti.

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